Stringere una mano
Newsletter #24 di Cuore e Carriera
Qualche giorno fa ho fatto l’intervento agli occhi per togliere gli occhiali. Una cosa che aspettavo da tempo, importante per me, e che allo stesso tempo mi faceva tanta paura. Lo sapevo che sarebbe durato poco, che è una procedura di routine, che migliaia di persone la fanno ogni anno. Lo sapevo con la testa. Il resto di me, disteso su quel lettino con le luci addosso e le voci intorno, non ne era così convinto.
A un certo punto ho chiesto all’infermiera, si chiama Cecilia, se poteva stringermi la mano.
L’ha fatto. Un intervento che dura sì e no quindici minuti, e per quei quindici minuti una persona che non conoscevo mi ha tenuto la mano. Il laser avrebbe fatto il suo lavoro comunque. Mi ha dato coraggio.
Ci penso anche adesso, a quella mano.
In fondo è una scena che si ripete ogni giorno, in forme più o meno evidenti. Ogni giorno qualcuno accanto a noi è disteso sul suo lettino, con le sue luci addosso. A volte, i distesi siamo noi.
Stringere una mano può essere tante cose. Una parola più accogliente di quella che avremmo detto di fretta. Qualche minuto in più del nostro tempo, quando il tempo è la cosa che ci manca di più. Un messaggio mandato senza motivo, solo per dire ci sono.
Mi piace pensare che sia bello vivere nell’attitudine di poterla sempre offrire, quella mano. Né come dovere e nemmeno come prestazione da esibire: come disponibilità silenziosa, che l’altro sa di poter trovare se allunga il braccio.
Poi c’è l’altra metà del gesto.
Chiederla.
Ammettere che in quel momento abbiamo bisogno di un piccolo o grande aiuto.
Ci vuole una forma strana di forza per farlo.
Eppure quel giorno, se non avessi chiesto, Cecilia non avrebbe potuto sapere. Le persone intorno a noi non leggono nel pensiero, per quanto ci piacerebbe. A volte la mano c’è, è lì a pochi centimetri, e resta ferma solo perché nessuno ha detto niente.
Vale nella vita e vale anche al lavoro. Chiedere aiuto su un progetto sembra un’ammissione di inadeguatezza, offrirlo sembra un’invasione di campo. Così andiamo avanti ognuno sul proprio lettino, a fingere che le luci non ci diano fastidio.
Invece, dire “non ne sto uscendo, mi dai una mano?” a un collega quasi sempre apre qualcosa. Oppure chiedere “posso supportarti in qualche modo” a chi vediamo in affanno costa dieci secondi e può cambiare la giornata di una persona.
C’è però una cosa che voglio dirmi con onestà. Quando quella mano avremmo bisogno di riceverla, chiederla è giusto, ma riceverla non è garantito. A volte arriverà, a volte no. L’altro può essere stanco, distratto, chiuso nella sua paura. Non possiamo dare per scontato il gesto e nemmeno pretenderlo come un diritto.
Dobbiamo venirci incontro, ecco.
Il punto di incontro tra due persone non è sempre al centro esatto: certe volte tocca a noi fare qualche passo in più, certe volte li farà l’altro, e va bene così. L’importante è continuare a camminare in quella direzione.
Io intanto, un giorno dopo l’altro con il naturale tempo di ripresa, ci vedo sempre meglio.
Grazie, Cecilia!
ps. due parole sull’immagine di apertura: dopo l’intervento, ho dovuto indossare degli occhiali da sole per proteggere gli occhi. Mio marito si è sbizzarrito con Nano Banana in infiniti fotomontaggi, l’occasione perfetta per scherzarci insieme, scaricare la tensione e mandare a raffica le foto agli amici dicendo “È fattaaaaa!”.


Chiedere è la cosa più difficile che ci sia e spesso ci insegna anche ad ascoltare le richieste che ci vengono fatte.
Pensavo, visto che siamo in missione per conto di Dio... Dovremmo rimettere insieme la vecchia banda? (cit. The Blues Brothers)
Dovrebbero esistere più Cecilia! Che bello senza occhiali 😊